2 – Il Monastero

secondo capitolo de Il Grande Tradimento Monastero

Il vento soffiava forte tra i pendii della vallata, spazzando i prati rocciosi e il sentiero che portava al vecchio monastero. Un manipolo di uomini avanzava imperterrito, senza curarsi della polvere che tormentava i loro occhi, o del sole che, alto nel cielo, scaldava le loro pesanti armature. Camminavano veloci, avvolti in lunghi e scuri mantelli su cui spiccava l’effige di un imponente Drago in volo; gli stessi Draghi che migliaia di anni prima erano stati i protettori degli uomini, ma la cui antica saggezza sopravviveva solo più nel ricordo di qualche storia e negli occhi di questi temibili soldati. 

Sulla cima della vallata, così come in altre decine di luoghi dopo l’ultima Grande Guerra, era stato costruito un monastero in cui un ordine di monaci custodiva le memorie del Regno. Queste consistevano per lo più in libri impolverati, vecchi cimeli, e nei racconti sugli avvenimenti passati che i monaci potevano ricordare. I visitatori poi erano piuttosto rari; poteva accadere che qualche maestro vi si recasse per studiare i tomi centenari o che fannulloni si spingessero fin lì per scovare improbabili segreti o, più facilmente, che molto strani viandanti si fermassero la notte per poi riprendere la strada da cui erano arrivati l’indomani.

 Si può perciò immaginare quanto grande fosse la curiosità dei monaci appena appresero la notizia che alcuni Guardiani del Regno erano in arrivo. Già altri funzionari avevano fatto visita al monastero in passato, ma erano per lo più gracili burocrati che avanzavano con enorme fatica, piegati dal vento e dalle scartoffie che dovevano stivare da qualche parte. Mai soldati. E non certamente di quel rango.

A mezza giornata di cammino dal monastero e una vita di onore alle spalle, si levò un brontolio dalla colonna di soldati.

”Abbiamo combattuto battaglie incredibili.” e dopo un attimo di silenzio ancora, “E visto cose che tormenterebbero un uomo per una vita intera!”

Il vento soffiava violento, come se volesse spegnere le parole che lo turbavano.

“Abbiamo marciato contro creature di cui a Palazzo ignorano, o meglio, preferiscono ignorarne l’esistenza. Mangiacarogne! Mangiacarogne dico! E adesso ci mandano in una biblioteca!” 

Il capitano che conduceva la colonna si arrestò e così i suoi uomini. Lanciò uno sguardo torvo al monastero che si stagliava cupo alla fine del sentiero e si voltò. I soldati nutrivano un reverenziale rispetto per lui, che li aveva trasformati dapprima in uomini, poi in soldati e successivamente nei Guardiani del Regno.

Il lamento, cui aveva dato voce uno, era in realtà il pensiero di tutti e il capitano, che pure lo condivideva, rispose con fermezza:

”Non siamo venuti fin qui per dar modo a nessuno di questionare gli ordini! Non abbiamo percorso tanta strada perché poteste lamentarvi. A noi sono sempre toccate le questioni più spinose, e questo non ci esonera dal dover eseguire anche quelle più urgenti. Non mi risulta che ci siano altri in grado di sostenere i nostri ritmi, armati come siamo, per una settimana. E anche se fosse, questa non è cosa che ci riguardi!”

Vortall appoggiò il suo pesante scudo a terra.

”Capitano, perché allora non hanno mandato dei messaggeri? Vantiamo i messaggeri più rapidi dei tre Regni e non vedo perché…” ma questi non lo lasciò finire. Dopo tutto anche lui era irritato quanto loro da quella che pareva essere una missione di bassa lega, ma non aveva intenzione di portare oltre la conversazione.

”Perché non è un messaggio quello che va portato evidentemente! L’importanza che riveste questa missione non è in discussione, anche se rimane dubbio per noi il fatto che siamo noi a dovercene occupare! Evidentemente si sono volute prendere delle cautele ritenute necessarie.” 

Si voltò, e dopo aver lanciato un’altra occhiata al monastero, riprese la marcia, seguito dai suoi.

***

Dopo ore, all’imbrunire, il sole si ritirava dietro i monti più lontani lasciando che le ombre si allungassero dalle rocce e dai pochi alberi tutt’intorno. Erano ormai alle mura del monastero e in lontananza si poteva vedere un monaco che li aspettava davanti alle porte socchiuse da cui filtrava una calda e fioca luce.

“Venite, venite avanti soldati! Dovete essere stanchi! Non ho mai visto nessuno coprire il sentiero che vi ha portati fin qui in mezza giornata e non con l’insopportabile tempo di questi giorni! Ma venite avanti e trovate ristoro in queste vecchie mura, al riparo dal vento capriccioso e dal freddo pungente, che certo vi avrà importunato in queste notti!”

L’accoglienza del vecchio e grassoccio monaco era stata così calorosa da risollevare il morale, tanto che le fatiche del viaggio allentarono un po’ la presa su di loro. 

”Il vento sa essere davvero capriccioso come dite e il viaggio è stato lungo e stancante, per questo accettiamo di buon grado la vostra ospitalità.” disse il capitano, “Tuttavia, se ci ha visto coprire una simile distanza in così poco tempo, è per via dell’urgente questione che devo trattare con il priore. È necessario che mi conduca immediatamente da lui!” 

Il monaco ascoltava con estrema attenzione, cercando di nascondere, per quanto possibile, una curiosità incontenibile.

”Certo, certo! Capisco! Venite dentro!” oltrepassando la porta e facendo strada, “Dev’essere ben urgente quanto avete da discutere con il priore per mettervi simili ali ai piedi… ma lasciate che chiuda fuori il buio! Ora il priore non vi può accogliere, ma lo avviso subito e fra poco sarà da voi. Seguite il corridoio fino in fondo, lì ci sarà fratello Kerald a indicarvi le stanze in cui vi potete riposare prima di cena. Chi devo annunciare?” 

Non appena furono entrati tutti, il capitano alzò il mento con fierezza.

”Il capitano Ain e cinque Guardiani del Regno sono arrivati per conto di Re Sivion, con nuove della massima importanza!” 

Il monaco, affrettandosi in uno stretto corridoio laterale, lo rassicurò.

“Il Re in persona manda qua Guardiani! Avverto immediatamente il priore! Sarò di ritorno in un attimo, voi andate avanti.”

I corridoi e le stanze lasciavano intendere la natura austera e povera del monastero; vecchi tappeti, lastre di pietra spezzate e consumate da centinaia di migliaia di passi si stendevano ai loro piedi. L’unico arredo delle pareti consisteva in una torcia di tanto in tanto, le cui fiamme si inquietavano al passare di qualche spiffero. 

Arrivati nel salone trovarono delle panche sistemate alla meglio e un grande camino con un minuscolo fuocherello acceso. Tutto taceva tra quei muri freddi e spogli, solo il crepitare del focolare, con il suo ipnotico suono, scaldava a malapena gli stanchi soldati. 

Dopo qualche momento Seraph con lo sguardo perso nel vuoto, ruppe il silenzio.

”Quanto tempo ci dovremo fermare qui capitano?” 

”Domani mattina saremo già di ritorno, per ciò non vi rilassate. Non appena avremo recuperato…” e si interruppe pentendosi della parola di troppo. 

Tra i soldati serpeggiò la curiosità e si ridestarono in un baleno come dal letargo.

”Recuperare cosa?” chiese uno e un altro esclamò, “Ma le cose di valore sono già a palazzo, a Drafia!” e un altro ancora, “Che io sappia, qua vengono ammassati libri e roba che non abbia nessuna importanza!”

Al ché il capitano liquidò la conversazione con un silenzio seccato.

Dopo un po’ di tempo in cui i soldati si lambiccavano con i pensieri più assurdi, si spalancò una porta e ne uscì il monaco che li aveva accolti, accompagnato da un altro visibilmente più anziano dalla folta barba lunga e bianca; il priore Ammon. Una grande saggezza traspariva dal suo sguardo, che si posava garbato sui soldati per accoglierli. Non appena fu certo di aver studiato a fondo ognuno di loro, si presentò con un leggerissimo inchino verso il capitano.

”Vi auguro una buona sera Guardiani. Sono il priore Ammon. Spero che Agyo non sia stato troppo severo con voi durante il viaggio… non ama la presenza di estranei nella valle e tollera noi monaci a fatica.” 

Di fronte agli sguardi dubbiosi dei soldati il priore chiarì, “Il vento soffia forte in questo periodo e soffia ancora più forte quando qualcuno turba la quiete della valle. È seccante per i viandanti, ma dobbiamo ringraziarlo se possiamo godere degli ultimi raggi di sole prima di un inverno freddo e buio.”

”Lo importuneremo ancora per poco priore Ammon. Ci fermeremo qui poche ore solamente, domattina, prima che sorga il sole, ci vedrà lasciare questi verdi prati.” rispose il capitano sorridendo all’idea che il vento soffiasse alla presenza di estranei. Indicando i soldati alle sue spalle continuò, “Io sono il capitano Ain e questi sono i miei Guardiani.”

”Molock, accompagna gli uomini del capitano alle loro stanze, e cerca Kerald, poiché lui si sarebbe dovuto occupare di questo e qua non lo vedo! Mi segua capitano. Molock mi ha detto che ha questioni urgenti di cui dobbiamo discutere, lo faremo meglio nel mio studio. Una simile fretta e simili ospiti sono davvero inusuali da queste parti. Ci ricongiungeremo con i suoi per cena.” E con un cenno invitò il capitano a seguirlo oltre una porta scricchiolante.

Molock si rivolse ai soldati allargando le braccia in segno di costernazione.

“Quello scansafatiche di Kerald è sparito un’altra volta! Quando c’è qualcosa da fare è un asso nello sgattaiolare via! Ma mi sentirà questa volta!” e avviandosi verso un altro corridoio fece strada ai soldati scuotendo la testa e bofonchiando, “Ma tanto per quanta voce possa sprecare, non una parola gli entrerà in testa a quello zuccone… certo certo… ospiti inusuali… altro ché! Guardiani del Regno!” e dopo qualche altro borbottio, sembrò decidersi, ”Seguitemi ragazzi, venitemi dietro! Vi porto alle vostre stanze!”

***

La stanza era molto semplice, due brande preparate alla meglio, un mobile, una sedia, una lanterna e un caminetto. Seraph guardava attraverso la stretta finestra la notte che ammantava ogni cosa; le poche stelle illuminavano a malapena il sentiero che li aveva portati fin lì, per essere inghiottito in un buio nero come la pece. Alcuni alberi lì intorno parevano respirare del lento respiro del vento che soffiava dolcemente. 

“Chissà cosa c’è di così importante da scomodarci fin qua…” chiese Seraph con lo sguardo perso, “…eh, Vortall?” 

Vortall invece stava seduto sulla sua branda, strofinando via stancamente la polvere dall’elsa della sua spada. Un oggetto estremamente prezioso, l’onorificenza massima cui un soldato del loro rango potesse ambire. La lama sottile e affilata usciva da un manico la cui forma ricordava le fauci spalancate di un Drago. Un’arma letale nelle mani di un soldato ancor più micidiale. 

“Non so…“ rispose l’amico, ma dopo un momento aggiunse, “In realtà spero che non sia così importante quello che dobbiamo prendere. Non mi piace questo posto.”

”A te non è mai piaciuto nessun posto in cui siamo stati! A te non piace essere in missione! Ecco tutto!” 

Seraph era giovane e la sua irruenza e vivacità legavano straordinariamente con la pacatezza di Vortall. Si divertiva a provocarlo e alzando la sua spada aggiunse:

“È incredibile che tu ti sia arruolato nell’arma di Drafia, e che la tua abilità ti abbia portato ad avere una spada come questa, nonostante non ti piaccia nessun posto in cui veniamo spediti!” 

Vortall era diventato in breve tempo più che un semplice compagno. Il suo silenzio era sempre stato lo specchio dei pensieri di Seraph e la sua disciplina facevano di lui tanto un ottimo maestro nell’addestramento quanto un formidabile alleato in combattimento. Il ragazzo però era l’unico in grado di far breccia nel silenzioso amico, a non farsi intimidire dai suoi modi burberi e di riuscire a strappargli un raro sorriso di tanto in tanto. E fu appunto con un sorriso che Vortall gli rispose, ma sapendo che non si sarebbe dato pace finché non avesse dato un suo parere sulla faccenda, Vortall aggrottò le sopracciglia e rispose: 

“Darei la vita per i valori che ho giurato di proteggere. Ciononostante non mi piace quello che va fatto per difenderli… anche se sono bravo a farlo!” 

Seraph esplose in una risata così limpida da scongiurare qualunque stanchezza, ed estraendo la spada dal fodero gli andò incontro.

“Te lo concedo, sei bravino con la spada, ma non cercare di convincermi che fai tutto questo perché ti senti obbligato e che in realtà l’essere un Guardiano del Regno ti pesi! Ti piace almeno quanto piace a me!” 

“Un manipolo di soldati che attraversa queste contrade non passa inosservato! E qualcuno potrebbe sospettare dell’importanza di ciò che riporteremo a Palazzo, qualunque cosa sia. Sono tempi e terre abbastanza tranquille, perché abbiamo sradicato quasi tutte le minacce che le infestavano passandole a fil di spada, ma finché resta in circolazione Mezza Scure, nulla è sicuro!”

“Ma se non sappiamo nemmeno noi cosa portiamo! Figurarsi Mezza Scure!” 

Si spalancò di colpo la porta della camera e apparve Molock che rimase sospettoso a osservarli. Dopo qualche altra occhiata dubbiosa esordì: 

“Se volete accomodarvi nel refettorio, fra un attimo sarà servita la cena. Spero che il poco che abbiamo da offrire basti a degli aitanti giovani quali siete voi!”

Vortall levandosi in piedi rispose rispettosamente, “Lo sarà senz’altro!” e fece per seguire il monaco passando oltre Seraph. 

Questo, sornione, allargò un sorriso e bisbigliò, “Se è quel poco che l’ha ingrassato così, a me ne basterà un quarto!”

***

La mensa altro non era che uno stanzone con tavole che correvano lungo tutta la sala, e panche sufficienti per dare posto a sedere a una cinquantina di persone sebbene non fossero più di quindici i monaci seduti. Il pasto semplice ma abbondante veniva consumato con una certa foga dai Guardiani affamati.

“Una volta il monastero era più frequentato…” disse il priore Ammon dal capo della tavola agli ospiti che gli sedevano affianco, “Un tempo v’erano anche più monaci a prendersi cura degli archivi e quant’altro.” 

L’espressione del priore si era fatta ombrosa dopo il colloquio con il capitano e i suoi pensieri sembravano turbati. Intorno i monaci lanciavano occhiate curiosissime ai soldati, ascoltando con avidità la conversazione.

“Ma d’altra parte un tempo v’era un gran da fare… ora le cose sono cambiate! C’erano montagne di libri da ordinare nelle biblioteche e centinaia di oggetti da sistemare al loro posto nelle sale che le ho illustrato prima, capitano. Persino io che sono succeduto ad altri sei priori, ho avuto parecchio lavoro! Ma non è che una minima parte di quanto è stato fatto qui. Ora, quel che rimane, è archiviare i pochi tomi che ci arrivano di tanto in tanto e conservare al meglio quanto abbiamo in custodia.” Fece una pausa e bevve un sorso dal calice che teneva in mano. Rincorrendo un qualche pensiero si incupì, ”Certo non è mai avvenuto che qualcosa lasciasse il monastero… ma niente vieta che succeda ovviamente! Noi siamo i custodi delle memorie del Regno dell’Ovest e ce ne curiamo, finché richiesto.” 

Seguì un frenetico bisbigliare tra i monaci, che cercavano di ricostruire quanto stesse succedendo e formulavano congetture di ogni sorta. Cosa avrebbe lasciato il monastero? Perché? E quei soldati cosa avevano a che fare? Era insolito sì che avventori di quel genere varcassero la soglia, ma era ancora più insolito che si fermassero per una notte soltanto e a quanto pareva sarebbero andati via con qualcosa. Una vera manna per quei luoghi così monotoni! I monaci avrebbero avuto di che parlare per mesi. 

Il capitano Ain posando la forchetta si rivolse al priore.

“Sono emersi alla luce certi fatti che hanno lasciato presumere una qualche importanza legata a… come ha detto che si chiama? A Palazzo ne ignoravano persino il nome. Può immaginare quanto fosse tenuta in considerazione…” 

Le tavolate erano completamente assorte dal tono misterioso e i commensali erano rapiti più dalle parole non dette e dai cenni che non da quanto pronunciato. 

“Si chiama Rete dell’Anima, capitano.” 

I bisbigli erano diventati sussurri e poi ancora esclamazioni a bassa voce. 

Il priore continuò, “È un vecchio cimelio di cui non so dire molto, se non che venne ritrovato in un campo di battaglia, credo a Nord. Da allora ha adornato i muri di molte case nobiliari fino a ché non ha perso la sua bellezza. Immagino che l’ultimo proprietario abbia ritenuto più idoneo affidarlo alla nostra custodia onde evitare di liberarsene come si potrebbe fare di un oggetto vecchio. Fatica a non sgretolarsi da quante lune ha visto!” Lanciando un’occhiata intorno ai monaci che oramai erano in fermento aggiunse, “Ma è meglio che andiate a riposarvi ora o saremo tenuti a fornire spiegazioni più di quanto non siano dovute. Ho già dato istruzioni a Molock. Domani mattina vi accompagnerà alla sala di Rete dell’Anima e vi verranno date le vettovaglie necessarie al viaggio di ritorno. Io purtroppo non potrò presenziare, ci sono questioni che richiedono la mia attenzione altrove.” 

Tutti seguirono l’esempio del priore, che si alzò in piedi e concluse la cena con un augurio per i Guardiani, per la retta guida di Re Sivion e per la prosperità del Regno dell’Ovest. 

Mentre i soldati si avviavano alle loro camere, il capitano Ain diede le ultime istruzioni per la mattina a seguire. Detto questo, i soldati si ritirarono nelle proprie stanze per l’agognato riposo.



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