3 – Risveglio

terzo capitolo de Il Grande Tradimento Risveglio

Il camino riscaldava appena la gelida stanza nonostante gli sforzi delle braci stremate. La sua luce agitata proiettava ombre sui muri e ne animava altre nella mente di Seraph, che giaceva mezzo addormentato. La stanchezza del viaggio e l’idea del ritorno che pesavano su di lui non erano niente in confronto alla tortura del mistero. La missione che dovevano portare a termine era di quanto più insolito gli fosse mai capitato. Rigirandosi sulla branda, continuava a interrogarsi sul perché mai a Palazzo potessero rivolere… Rete dell’Anima! Almeno non avrebbe dovuto aspettare molto per scoprire di cosa si trattava. E poi il perché avessero deciso di impiegare i Guardiani del Regno anziché soldati semplici o i soliti convogli armati, rimaneva un bel dilemma. 

Questi sogni più che pensieri turbavano il suo riposo, quando il fuoco del camino lo attirò, destandolo appena. Le fiamme si agitavano scompostamente come se il vento infuriasse su di loro. Il rossore poi, era di un’intensità stupefacente, tanto da rendere incandescente il poco che riuscivano a illuminare. Agyo soffiava forte sulle mura del monastero, quasi cercasse di entrare, e l’unico suono che si poteva udire era l’ululato che faceva mentre come una bestia rabbiosa scorrazzava per la vallata. Con una sensazione di inquietudine, Seraph era completamente assorto dalle fiamme e dal vento, poiché davvero sembravano aver preso vita. 

D’un tratto sentì un rumore impercettibile, come se provenisse da lontano, che stonava con il crepitio delle braci e i lamenti del vento; pareva un gorgoglio. Più ci si concentrava e più si convinceva del fatto che si trattasse di semplice immaginazione, quand’ecco che lo risentiva. Non appena credette quel poco che bastava ai suoi sensi scattò in piedi con le orecchie tese e l’agitazione che ben conosceva. L’adrenalina scorreva nelle vene e destò completamente il soldato in pochi attimi. 

Di quel suono sinistro non c’era traccia; il fuoco si affannava per la vita come di consueto e il vento soffiava tranquillamente. Vortall però si era svegliato e vedendo l’amico nervoso, scattò in piedi. 

“Cosa c’è che non va?” chiese preoccupato.

Seraph era interdetto e mentre cercava le parole per spiegargli la sua inquietudine si sentì lo stesso identico gorgoglio che l’aveva svegliato, più lontano e ancora più sottile di prima. Il cuore gli si strinse violentemente ma seguì senza esitazione Vortall, che, afferrata la spada, si precipitava fuori dalla stanza. Il corridoio era buio, solo un paio di torce erano rimaste accese e la visione spettrale che questo offriva era dura anche per i solidi Guardiani del Regno. 

Un attimo dopo, mentre i due erano intenti a capire se e cosa stesse succedendo, accorsero dalle stanze i loro compagni e il capitano, messi all’erta dall’aprirsi della porta e dal rumore dei loro passi. Seraph ancora una volta stava per giustificare le sue congetture al capitano, che lanciava rapide occhiate lungo il corridoio da una parte all’altra.

”Capitano Ain, io…” ma questo gli fece cenno di tacere e cominciò a fissare il fondo del corridoio. 

Immersa nell’ombra c’era una sagoma bassa e nera come la pece, immobile, che si fondeva con il buio circostante, quasi impossibile a distinguersi. Il capitano sguainò la spada e altrettanto fecero i suoi. Avanzando completamente all’erta, prese una torcia e la lanciò verso l’ombra. 

Il buio corse via irritato dal fondo del corridoio per lasciare il passo alla luce, che ora illuminava il saio insanguinato di un monaco accasciato contro il muro, con il cappuccio calato sopra il volto. Un mostruoso alone di sangue copriva la parete in direzione di quello che doveva essere stato un violentissimo fendente alla gola. La bestialità di quell’assassinio gelava il sangue. Guardando il monaco stramazzato al suolo e lanciandosi rapide occhiate intorno e alle spalle, tutti si chiedevano come, loro, che avevano sentito i leggeri passi dei compagni uscire dalla loro stanza, non fossero riusciti a sentire un uomo che veniva ucciso in maniera così brutale a pochi metri dalle loro camere. 

Il capitano non perse tempo e avanzò spedito verso il cadavere, seguito dai suoi.

Mentre il sangue sul muro emanava ancora il calore della vita, il corpo del monaco era gelido. Se ne poteva intravedere la bocca, sotto il cappuccio, contratta in una smorfia di terrore; una morte orribile aveva accompagnato gli ultimi istanti della sua vita. 

Il silenzio lugubre che regnava nei corridoi era quello di una catacomba, non uno spiffero, non un rumore oltre a quello dei loro passi rapidi ma cauti. Arrivati alla fine del corridoio presero a salire una scala tortuosa che si arrampicava intorno ad una grossa colonna. Dopo appena qualche gradino videro un rivolo rosso rubino colare lungo la scala. Il sangue gocciolante fuggiva veloce da ciò che l’aveva liberato e il colore era sì vivido da scuotere violentemente ancora una volta i soldati. Ain prese a correre imprecando e abbandonando qualunque prudenza, con i soldati che lo seguivano spaventati dall’idea di nemici così letali e silenziosi. Fino a che non trovarono il corpo esanime di un secondo monaco; il saio era ridotto a brandelli e il sangue, ovunque, impregnava l’aria del suo acre odore. 

Saltando quasi il cadavere e continuando la corsa, Seraph cercò di scacciare inutilmente la paura, fedelissima compagna prima di ogni battaglia. In pochi istanti raggiunsero l’ultima di una serie di stanze e impallidirono nel vedere come la pesante porta fosse stata letteralmente frantumata in schegge non più grandi di un pugno. La furia che ci si doveva essere abbattuta contro, oscena. Nemmeno la mazza di un gigante avrebbe potuto tanto.

Un uomo, di spalle, pareva non curarsi minimamente del loro arrivo. Al centro della stretta e alta sala, illuminata appena, c’era una sorta di teca violata. L’uomo finì di contemplare una vecchia spada arrugginita che aveva sottratto al reliquiario per poi infilarsela sotto al mantello nero come la notte, senza alcuna fretta. I soldati restavano immobili, più che immobili, pietrificati. Non capivano la natura di quell’essere anche se ne intuivano la bestialità e mentre il cuore gridava loro di fuggire, la volontà disciplinata da anni di addestramento, intimava loro di restare. 

Infine si voltò, mostrando un viso pallido e un’espressione inquietante che non lasciava trapelare alcuna emozione. Con occhi chiarissimi che si muovevano con frenetici scatti nervosi osservava e misurava fulmineo i soldati uno a uno mentre le mani, bianche e contratte, ansimavano insieme a lui ancora eccitate per le vite che avevano ucciso e pronte a strapparne altre. 

Il capitano non sapendo cosa aspettarsi esitò di fronte allo sguardo assassino. Fu allora che l’uomo incappucciato prese a bisbigliare freneticamente parole che nessuno distingueva, quasi parlasse a sé stesso; il profondo eco con cui queste risuonavano però, uccideva più di un coltello. Fecero appena in tempo a scorgere con la coda dell’occhio un guizzo nero che si rituffava nel buio di un angolo alle loro spalle, che un istante dopo due soldati crollarono a terra, sgozzati. Non il tempo di scoccare una singola freccia. 

I Guardiani cercavano freneticamente invisibili nemici alle loro spalle. L’ombra della stanza era sì buia, ma non tanto da poter nascondere qualcuno. Il terrore dell’inspiegabile dilagò e ben presto divenne panico. Soltanto il capitano sembrava mantenere i nervi saldi, nonostante la lucidità vacillasse. 

L’uomo incappucciato continuava a fissarli con la stessa inespressività, eppure qualcosa del suo sguardo diceva che godeva, si nutriva delle loro paure e traeva un piacere talmente profondo da farlo sembrare ancora più mostruoso. Lentamente sollevò le braccia con i palmi delle mani rivolti verso di loro. Ain non volle dare altro tempo a un essere così letale e con un balzo gli si scaraventò contro levando la spada. 

Seraph, paralizzato, ebbe a malapena il tempo di vedere Vortall che, lasciando cadere spada e scudo si portava le mani al petto e con un grido soffocato crollava a terra, senza che niente l’avesse sfiorato. Stessa sorte era toccata all’ultimo suo compagno. 

Era un incubo. Un nemico del genere, in grado di cose simili non poteva esistere. Quattro dei migliori soldati di tutto il Regno erano caduti in un attimo, senza colpo ferire. 

Il capitano, in quei pochi istanti, aveva coperto la distanza che lo separava dall’uomo e vibrò con un terribile grido un fendente che avrebbe potuto tranciare in due qualsiasi cosa. Quell’essere mostruoso però, lo evitò con una velocità spaventosa. Si schiacciò a terra piegandosi su sé stesso con grandissima facilità e in un attimo sfoderò dal gambale un lungo pugnale curvo dalla lama lucida e nera. Si muoveva come se il corpo non gli opponesse alcuna resistenza. Mentre il fendente andava a vuoto, scattò in piedi guidando la lama verso il collo del capitano con mostruosa precisione. In breve non ci fu più niente da fare e non passò più di qualche secondo che anche Ain crollò a terra esanime. 

A Seraph mancava l’aria, i sensi cominciavano a cedere. 

Anni di gloria, addestramento e battaglie non valevano niente di fronte a quell’essere. Per cui tremava, tremava di puro terrore. Cercava disperatamente il viso di Vortall tra i cadaveri dei suoi compagni, ma questo giaceva a terra, privo di vita, con il volto contratto in un ultimo spasmo di dolore. Negli ultimi istanti di lucidità trovò la forza di sperare che anche quella volta Vortall l’avrebbe salvato, che si sarebbe alzato e avrebbe spezzato quel nemico. 

Ma Vortall non si alzava. 

L’uomo incappucciato lo guardava con vivo eccitamento, e nonostante fosse immobile, era tensione pura. Il ragazzo sapeva che se si fosse voltato per fuggire da quell’incubo sarebbe morto. Non che importasse molto, visto che sembrava in grado di colpire mortalmente, senza armi, e attraverso le spesse corazze dei Guardiani. Ma lì per lì, l’idea di avanzare verso il centro della stanza per allontanarsi dall’ombra degli angoli, e cioè verso quello spietato assassino, gli sembrò l’unica cosa sensata da fare. Faceva piccoli passi tremanti, stando il più possibile dietro lo scudo, come se avesse potuto proteggerlo, mentre l’altro lo osservava con uno sguardo nervoso e divertito. 

Se ne stava lì, immobile, a fissare Seraph quando d’un tratto scomparve. Seraph strizzò gli occhi un paio di volte per capire se avesse i sensi annebbiati a tal punto, ma questo non ricompariva. Aveva il cuore in gola e l’idea che un simile mostro fosse lì, ma non fosse visibile, era ancora più insopportabile della sua vista stessa. 

Il Guardiano aveva riscoperto l’essere umano dietro al soldato che era stato per tanto tempo. 

Di colpo se lo ritrovò davanti, a un passo da lui e con la mano tesa a poche spanne dal suo volto. Ebbe il tempo di vedere come lo guardasse con odio ed ebbe anche il tempo di sentire il suo divertimento, come se stesse giocando con lui, ma non ebbe un solo secondo per gridare per il dolore lancinante che gli faceva scoppiare la testa.



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